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Eventi gruppi

ROMA 2013: dal PIL al BENESSERE SOCIALE

March 30, 2012 by admin in Eventi gruppi, News generali with 11 Comments

Siete tutti invitati al primo incontro tematico di daZero, che si terrà al Teatro Valle di Roma domenica 22 aprile alle ore 16.

Ospitati da TeatroValleOccupato ci incontriamo per discutere su Roma 2013: dal PIL al benessere sociale.

Dopo una fase di intenso lavoro per la costruzione dei gruppi tematici e di approfondimenti e confronti interni ai gruppi stessi, daZero organizza al Valle il primo di una serie di incontri per focalizzare le linee direttrici da affidare agli amministratori di Roma, quelli che decideremo di sostenere nel 2013 e a cui chiederemo conto degli impegni che avranno assunto con la città. Siamo convinti che il nostro progetto per una città sostenibile dovrà essere sorretto dal nostro impegno personale ed affidato nelle mani di chi meriterà la nostra fiducia. Ma siamo anche convinti che questo non sarà sufficiente: dovremo saper proporre linee di sviluppo per Roma sui punti fondamentali del progetto di governo per i prossimi dieci anni.

Abbiamo bisogno di amministratori e non di tutori, di persone competenti e tenaci e non di meri improvvisatori. Dovremo valutare con maggior concretezza e tempestività se chi si candida al governo della città ne sia all’altezza; se quegli indirizzi attorno a cui si raccoglie il consenso vengano rispettati; se gli obiettivi siano perseguiti e raggiunti. Allora tutti al Valle, domenica 22 aprile!

Per scongiurare altri cinque anni di una città che non vogliamo.

Qui sotto trovi il programma della giornata. E’ importante il tuo contributo e speriamo davvero che tu possa esserci.

ROMA 2013:

dal PIL al BENESSERE SOCIALE

evento seminario dibattito

domenica 22 aprile – ore 16 – TeatroValleOccupato

 Programma

16.00   Accoglienza, registrazione

16:30 reading collettivo su testi di Michael Moore, Lorenzo Milani, Antonio Gramsci a cura degli attori del ValleOccupato

16:40  Ilenia Caleo TeatroValleOccupato

16:45  Luca Bergamo daZero

17:00  Saverio Gazzelloni – ISTAT

17:15  Elisabetta Segre – Sbilanciamoci

17:30 reading collettivo su testi di Pier Paolo Pasolini, Noam Chomsky, Giorgio Bocca a cura degli attori del ValleOccupato

17:45 Andrea Baranes , Alessandro Iadecola, Fulvio Molena

18:15 reading collettivo su testi di Martha Nussbaum, Alain Touraine, Muhammad Yunus a cura degli attori del ValleOccupato

18:20 Discussione

19:00 Chiusura dei lavori

 

C’è bisogno di molto altro.

Prima di tutto parlare, far parlare, ascoltare, proporre, coinvolgere, scegliere e agire.

C’è bisogno d’informazione diffusa e di progettazione dal basso.

Per uscire dalla crisi è urgente essere in molti a disegnare i tratti di un futuro dignitoso e possibile, collegare le reti e agire per porne le fondamenta.

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11 Comments

  1. PaoloApr 21, 2012 at 09:48Reply

    La vedo così Roma: i suoi beni culturali di universale appeal tirati a lucido, mantenuti come si deve e vissuti anche come occasione di incontro; una città che innova sul riuso di tutto il riusabile; una città che investe sulla facilità di connessione di luoghi e persone; una città vissuta con rispetto da uomini e donne disposti a rivoluzionare se stessi prima degli altri, nel lavoro e nella vita privata.

  2. LucaApr 18, 2012 at 07:09Reply

    Discutendo del tema in questi giorni ci si muove ovviamente oscillando tra uno sguardo scientifico sul tema e una certa “istintività” riguardo i modi e gli strumenti per valutare gli indici che dovrebbero guidare le politiche a venire. In questo sito http://oecdbetterlifeindex.org/ c’è un’interessante comparazione sulla situazione nel mondo rispetto a indicatori generali e che riguardano i diritti generali dell’uomo. Condivisibili certo, ma rischiamo che un futuro amministratore si impegni sapendo che la riuscita dipende da tali e tali e tanti fattori che alla fine le sue responsabilità saranno sempre altrove. Come si può fare per studiare indicatori intorno a cui un amministratore locale, con le sue competenze (e che arrivano anche a toccare gli stipendi di manager e consulenti delle aziende collegate al Comune tipo ATAC o Risorse per Roma, per entrare nello scambio Antonella-Stefano)? Magari Raffaella ci può pensare con le sue conoscenze e competenze? a domenica!

  3. ValentinaApr 17, 2012 at 19:43Reply

    Grazie a tutti per il bel dibattito che ho letto qui sopra, non vedo l’ora di partecipare al seminario del 22 che sono sicura sarà di qualità.

    Vorrei aggiungere un piccolo contributo partendo dall’esempio di un’altra città, Rotterdam, che è stata costretta a riconvertire la sua economia per adattarsi a una trasformazione economica in atto.

    Rotterdam ha reinventato se stessa da città portuale e industriale a città post-industriale, diversificando la sua economia e , pur mantenendo il suo ruolo di principale porto europeo, è oggi considerata una moderna città commerciale, dinamica, conviviale e con una qualità della vita in costante crescita (Capitale Culturale Europea nel ’91).
    Rotterdam dimostra il ruolo che la cultura può giocare perfino in una città con un patrimonio culturale quasi del tutto inesistente.
    E come Rotterdam, anche Glascow (Capitale Culturale Europea nel ’90* e ‘UK City of Architecture and Design’ al 1999), Tampere… tutte città che hanno fatto leva sulla cultura per una crescita economica e per una rigenerazione urbana.

    Città più piccole, situazioni senz’altro diverse, e non tutte rose e fiori; ma tutte queste città hanno deciso su cosa fondare il loro sviluppo e hanno avuto successo, con ricadute positive sull’occupazione, sul redditto, oltre che sull’immagine della città. Tutto ciò, in pochi anni.

    Ecco… quello che io voglio dal prossimo amministratore di Roma è che faccia delle scelte chiare e coraggiose, che decida su cosa puntare e lo faccia. E voglio vederne i risultati sull’occupazione, sul reddito e sulla vivibilità della mia città.
    Farlo è possibile e, secondo me, necessario.

    Roma ha un potenziale culturale incredibile e sottoutilizzato, per questo vorrei che il prossimo sindaco di Roma puntasse sul turismo culturale come opportunità strategica per lo sviluppo urbano.
    Sono altresì convinta che puntare sulla cultura contribuirebbe ad elevare la qualità della vita di noi cittadini, insieme a una gestione della mobilità come “bene pubblico” e a un attento programma di sensibilizzazione e investimento sul tema dell’accoglienza intesa come rete di solidarietà verso i più deboli.
    Ci si vede domenica al Valle!
    Valentina

  4. raffaellaApr 16, 2012 at 12:51Reply

    Salve a tutti! Mi sono laureata lo scorso dicembre in cooperazione e sviluppo e ho presentato la mia tesi di laurea specialistica su:
    “L’economia della felicità. Dalla critica al Pil a nuovi indicatori di benessere”. L’argomento mi continua ad interessare, anche quando viene rapportato alla realtà locale, come nel caso di Roma. Prenderò sicuramente parte al seminario del 22 al teatro Valle e, nel caso in cui possa interessare a qualcuno, sono ben disposta a mettere a disposizione la mia ricerca o il materiale utilizzato per svolgerla.
    Cordiali saluti.

  5. StefanoApr 16, 2012 at 12:07Reply

    Molto interessante lo stimolo di Antonella: ridurre il rapporto tra redditi più alti e più bassi è alla base di un modello sociale dove la classe media dà stabilità ed equilibrio non solo all’economia.

    L’unico vero problema è la difficoltà per un comune o anche una città metropolitana potenziata come Roma Capitale, di incidere su questo livello. Le leve a disposizione sono poche e quasi tutte di competenza regionale (almeno ad oggi): accise IMU, IRPEF, benzina e agevolazioni sui servizi locali (trasporto, nettezza urbana, scuole, servizi sociali…).

    Difficile immaginare un sindaco con poteri tali da poter influire sul sistema di fiscalità generale quando il governo stesso fa fatica a mettere mano alla questione (non solo quest’ultimo).

  6. paoloApr 13, 2012 at 11:18Reply

    Per affrontare le sfide socioeconomiche, politiche e culturali del futuro bisogna riformularle in termini di città, avendo cura dei bisogni reali chi ci vive, lavora, produce e si riproduce, consuma, progetta, crea, apprende, desidera, si sposta, ci arriva da lontano, ci resta, ci invecchia.
    Primo, perché mentre il soggetto ‘Stato sovrano’ sfuma la propria importanza storica nell’epoca del potere transnazionale delle corporation, degli organismi intercontinentali, invece la realtà concretissima delle città non viene minimamente ridotta nella sua funzione di crogiolo interculturale. Anzi se ne accresce.
    E secondo, perché i passaggi fondamentali del processo di civilizzazione umana – dalla nascita delle prime città-stato all’alba della storia, a quella delle città-comuni in Europa alla fine del medioevo, alla straordinaria urbanizzazione e industrializzazione all’inizio dell’età contemporanea – hanno sempre avuto nelle città, e nell’idea stessa di città, la propria incubatrice.

    Insomma, oggi parlare di e per Roma ha una valenza pertinentemente storica generale, in questo particolare momento. E simmetricamente, parlare di e per una fase storica secondo categorie politiche generali, ha valenza concreta sulla Roma di oggi e di domani.
    E quindi, per esempio, io parlo qui di riconversione.

    Riconversione vuol dire che la proprietà privata dei mezzi di produzione e distribuzione delle merci la mantengano pure i privati (con le loro forze economiche di privati, con la loro capacità imprenditoriale, organizzativa, innovativa – finché ci riescono); ma vuol dire che pubbliche divengano, per scelta politica – ossia della maggioranza dei cittadini – e progressivamente, la proprietà e la gestione dei mezzi di produzione e distribuzione di servizi e significati (cioè, a mio avviso, di quel che davvero ha valore).
    Più precisamente: un intero impianto giuridico emanato dagli affidatari del potere legislativo secondo Costituzione, e reso governo fattuale dagli affidatari di quello esecutivo, faccia al più presto sì che bene pubblico e proprietà privata possano contendersi ‘ad armi pari’ il consenso dei cittadini. E i cittadini, testando l’impianto, sapranno determinare la diffusione dell’uno e la contrazione dell’altra, o viceversa, e in quale misura reciproca.
    La stessa Costituzione Italiana, articoli 41 e 42, lo prevede – benché tuttora ampiamente disapplicati. E non certo un dispositivo liberticida, bolscevico.

    E’ pertinente questo discorso con Roma? Mi pare!
    Infatti: si cominci da un’amministrazione locale a sperimentare la riconversione, da Roma – nei campi e nella misura in cui ciò è consentito dalla potestà di autogoverno dell’amministrazione cittadina; e poi, se il risultato fosse funzionale – se aumentasse concretamente il benessere sociale dei cittadini di Roma –, si potrebbe emularlo in altre realtà locali e regionali, e quindi a livello nazionale. Auspicabilmente, a quello europeo.

    Ma perché c’è bisogno di una riconversione? Perché il ‘capitalismo dal volto umano’, la pluridecennale mediazione tra logica del profitto e necessità sociali, il ‘lusso’ del welfare garantito, purtroppo sono stati travolti da una crisi strutturale senza precedenti.
    Perché non sa leggere lo spirito del tempo chi non veda che oggi – anche oggi, 2012 – tanta gente è incazzata. E a occhio e croce è pure determinata come si deve per agire intorno al radicale problema di ‘chi ha cosa, e per farne cosa’.

    Ma che sia tanta non basta.
    Anche intorno al 1920, intorno al ‘43, al ‘68, al ‘92 – sembrava che fosse tanta, quella gente: tantissima, che fosse tanta quanta ne serviva per cambiare davvero le cose. Che fosse la maggioranza.
    E invece no.
    Era tanta – sì – che bastò, tutte e quattro le volte, a portare avanti il lavoro più faticoso del cambiamento: a pulire la faccia dell’Italia impresentabile davanti alla Storia. Ma poi rivenne a galla il resto degli italiani, quelli che al lavoro faticoso si erano sottratti – gli indifferenti e i privilegiati – ma che erano intenzionatissimi a non mettere in discussione davvero il padre di tutti i poteri: il modello di società.
    La scommessa, oggi – 2012 –, è la seguente e dobbiamo avere questo solo obiettivo: dobbiamo essere, noi tutt’altro-che-indifferenti tra i non-privilegiati, capaci di suscitare la maggioranza dei cittadini agli interessi generali..
    E poi far pesare il numero di questa vasta pluralità, nella più limpida delle dialettiche democratiche.

    ‎Per concludere, e scusate il lungo sproloquio.
    74.000 anni fa – un tempo distante da oggi quindici volte maggiore dell’età della più antica piramide d’Egitto – l’eruzione del Toba sull’isola di Sumatra quasi ci estinse tutti, noialtri homo sapiens. E’ stata la più immane eruzione degli ultimi due milioni di anni – cioè da quando esiste il genere homo – e la cenere sbalzata nell’atmosfera provocò un ‘inverno perpetuo’ lungo decenni: ci salassò di brutto.
    Ma ciononostante, eccoci qui. Non solo: di lì a poco, l’homo sapiens dimostrò per la prima volta quella capacità di ragionamento astratto e di espressione simbolica (graffiti rupestri, manufatti non strumentali) che ne fa davvero un unicum – finora – tra tutti i viventi. Un po’ come se la terrificante avventura del dopo eruzione ci avesse costretti a tirar fuori il meglio di noi: poi infatti arrivarono la Rivoluzione del Neolitico, e l’agricoltura, e l’allevamento, e i villaggi, e i ruoli, e la scrittura, e la città. E appunto la prima piramide.
    Ecco. Io credo che dalla crisi mondiale, da questo ‘inverno economico-politico-sociale-culturale’ tutt’altro che giunto già a primavera, o usciremo con un altro passo avanti verso il ‘processo di umanizzazione’ della nostra specie (cominciato tantissimo tempo fa, e scampato a mille pericoli) cominciando dalle città in cui viviamo, oppure lasceremo ai posteri di altre specie il compito di interpretare i nostri resti fossili, schiacciati da qualche forma di autoritarismo implacabile.

    A noi la scelta – non siamo mai stati così vicini con le dita al sogno, e al contempo tanto prossimi alla soglia dell’incubo.

    Ci vediamo domenica 22, al Valle.
    Grazie!

  7. AntonellaApr 13, 2012 at 08:56Reply

    Ringrazio innanzitutto di cuore tutti gli organizzatori di questo evento, che ho trovato veramente interessante, stimolante e di stringente attualità.
    Vorrei portare un mio piccolo contributo nell’ambito degli indicatori alternativi al PIL. in particolare mi sta a cuore quello della misura del benessere, inteso sia in senso quantitativo che qualitativo.
    Partirei da una affermazione che considero profondamente vera e che è contenuta in un testo dal titolo
    “I punti essenziali della questione sociale” di Rudolf Steiner:
    “La salute di una comunità di uomini che lavorano insieme è tanto maggiore quanto meno il singolo ritiene per sé i ricavi delle sue prestazioni, vale a dire quanto più tali ricavi egli dà ai suoi collaboratori, e quanto più i suoi bisogni non vengono soddisfatti dalle sue prestazioni ma da quelle degli altri”.
    Nel vasto e nutrito panorama degli studi e delle proposte emerse in questo periodo sui temi citati, vorrei segnalarvene alcuni.
    Tra le 12 raccomandazioni fornite dalla cosiddetta Commissione Stiglitz, Sen e Fitoussi, che ha elaborato una serie di indicatori oltre il PIL, per misurare in particolare il progresso, troviamo le seguenti:
    • dare più importanza alla distribuzione dei redditi, dei consumi e della ricchezza, non ricorrendo quindi a medie matematiche, che non tengono conto della differenza di reddito tra i più ricchi e i più poveri
    • valutare in maniera esaustiva le ineguaglianze rispetto alla qualità della vita, calcolando le differenze fra persone, sessi, generazioni, con una particolare attenzione alle condizioni di vita degli immigrati

    Il recente studio sviluppato dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), “Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising“, ha fotografato la situazione italiana denunciando che nel nostro Paese i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri. In Italia infatti il gap di reddito tra la fascia sociale più benestante e quella meno abbiente continua ad aumentare da circa trent’anni risultando superiore alla media dei Paesi OCSE. Una grossa campanella d’allarme è costituita dalla ridotta capacità di servizi quali sanità, istruzione e altri servizi pubblici a ridurre la disuguaglianza di reddito. Nel 2000 questo avveniva per circa un quarto dei casi, oggi per solo un quinto.
    L’OCSE invita quindi il governo italiano a una ridistribuzione dei pesi fiscali su più giuste ed eque proporzioni “onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri impositivi”.

    Uno studio di Bankitalia, quello che ha fatto scalpore su tutte le prime pagine dei giornali perché dichiara che il patrimonio dei dieci italiani più ricchi è pari a quello dei 3 milioni più poveri, denuncia che l’ascensore sociale si è fermato e la forbice tra classi si sta divaricando sempre di più. E conclude dicendo che è giunto il tempo di ripensare dalle fondamenta le basi della nostra società: tutti i cittadini interpellati nello studio chiedono oggi una maggiore ridistribuzione della ricchezza tra tutti, e questo vuol dire che le aberranti storture economiche ormai sono percepite e sofferte dalla intera popolazione.

    Da un’iniziativa congiunta del Cnel e dell’Istat è nato il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile; all’interno del sito http://www.misuredelbenessere.it infatti, sono proposti numerosi strumenti d’informazione sul progetto ed è data possibilità a cittadini, istituzioni, centri di ricerca, associazioni e imprese, di contribuire a definire “che cosa conta davvero per l’Italia”. In particolare viene pubblicato il risultato del questionario sulle “Misure del benessere”: interessante è la mappa semantica della parola “benessere” (fig.6 a pag.7) e la tabella denominata “altre dimensioni del benessere” che evidenzia, al primo posto, l’equità e la giustizia sociale, espresse in termini di pari opportunità e di esigenza di una distribuzione della ricchezza più equa tale da garantire l’inclusione sociale.

    Il mio contributo personale alla trasformazione di Roma in una città più equa e sostenibile e il suggerimento che darei a chi voglia diventare futuro sindaco della nostra città, è il seguente:
    inserire tra i nuovi indicatori del benessere uno che misuri lo scarto tra i redditi più elevati e quelli più bassi all’interno delle aziende, sia pubbliche che private, e vorrei che questo venisse considerato uno dei fattori chiave che concorrano a misurare il grado di responsabilità sociale delle organizzazioni stesse. In pratica una specie di indice di Gini applicato però all’interno delle aziende anziché alle famiglie.

    Se lo condividete, potrebbe costituire uno degli argomenti da sviluppare più approfonditamente in un successivo incontro organizzato da DaZero!
    Grazie per l’attenzione e buon lavoro a tutti.

  8. PaoloApr 10, 2012 at 19:32Reply

    Sono contento di avere la possibilità di vedere e ascoltare altre persone per capire se abbiamo la voglia e la forza di chiedere ciò che serve al nostro benessere personale e collettivo, se siamo capaci di farlo con un approccio adulto, quindi sincero, consapevole e aperto al confronto.
    Dobbiamo concentrarci sulle cose da fare ma anche tanto sui modi di essere, cioè sui comportamenti, e non solo dei futuri eletti, ma anche di noi elettori.
    La qualità degli elettori sarà garanzia della qualità degli eletti.Cominciamo dal Valle!!

  9. AndreaApr 9, 2012 at 14:01Reply

    Pil e benessere sociale sono questioni fortemente collegate alla città e a Roma, ma non in maniera immediata. Per intenderci: un sindaco non ha leve dirette ed esclusive per promuovere l’uno e l’altro. Può contribuire alle politiche sociali, sicuramente promuove le opere urbane. È molto, ma non è tutto. Non controlla certo gli strumenti di politica fiscale ne monetaria. E’ centrale e insostituibile, però, laddove sappia e voglia farlo, nel coordinare tutti gli interventi che hanno un impatto sullo sviluppo della città. E per promuovere il benessere, può contribuire a fare in modo che la città sia un luogo equo: attraverso la distribuzione dei servizi sul territorio, diminuendo l’impatto sociale Dell’accesso alla mobilità, facendo in modo che la città sia sempre più integrata. Alemanno non ha fatto niente a riguardo e le giunte di sinistra del periodo 93-2008 hanno fatto molto solo nel periodo iniziale. Ho scritto qualche post a proposito http://italia2013.org/2010/07/21/“chi-ti-guarda-i-pupi-mentre-stai-in-macchina”-ancora-su-nanourbanistica-trasporti-e-disuguaglianze-sociali-a-roma/ http://italia2013.org/2011/07/25/cio-che-e-buono-per-i-romani-e-buono-per-roma-turismo-incluso/
    Insomma, se la città fosse ben governata, da essa potrebbero venire importanti contributi alla lotta alle ineguaglianze di cui parla Fassina nel suo libro che ho recensito per Italia 2013 http://italia2013.org/2012/04/02/di-che-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-lavoro-e-di-crisi-alcune-idee-sul-libro-di-stefano-fassina
    spero di riuscire a parlarne con voi

    • alessandroApr 12, 2012 at 15:43Reply

      Rispondendo ad Andrea penso che il legame tra benessere e PIL in una città sia fortissimo, sia relativamente alla vivibilità della città e ai suoi servizi, ma soprattutto immagino un Sindaco che contribuisca fortemente a gettare le basi, con le sue azioni di governo e la sua leadership, per una cultura altra.
      Una città che sia guidata da valori altri rispetto al pensiero economico unico, quello fondato sull’accumulazione del denaro e sul consumo. Con un pensiero economico alternativo, che partendo dalla gestione pubblica influenzi fortemente i comportamenti economici privati.

      Immagino un Sindaco di Roma che imponga che nella sua città i servizi pubblici locali ai cittadini e la gestione dei beni comuni siano guidati dall’attenzione alle persone, dalle necessità delle persone, dalle possibilità delle persone. Dove i servizi abbiano effettivamente uno scopo generale, che siano fatti bene, che costino il meno possibile e che diano lavoro diretto senza intermediazioni inutili. Dove i profitti siano limitati ed in alcuni casi siano proprio inesistenti. Immagino una città dove l’illuminazione pubblica non costi ai cittadini 65 milioni di euro l’anno per farne rimanere 21 nelle tasche dell’ACEA, o dove la gestione dell’acqua non costi ai cittadini 694 milioni e all’ACEA ATO 2 ne rimangano 236. Il 35% di margine, poco meno di quello che la Apple ha per l’ipod!!! Inoltre, perché pagare 7 milioni di euro di buonuscita agli ex amministratori ACEA non più graditi? Perché?

      Immagino un Sindaco di Roma che pensi che la limitazione dei profitti con forme di remunerazione del capitale non speculative e con essa il ridimensionamento dell’idea di massimizzazione dei profitti sempre e comunque, sia la chiave per la costruzione di un’economia sostenibile dal punto di vista economico, sociale ed ambientale.

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